Il territorio di Sarroch in epoca preistorica e nuragica

Anche se i ritrovamenti di S'Abuleu-Pula testimoniano che questa parte dell'isola era abitata almeno fin dai tempi della cultura di Ozieri (3300-2900 a.C.), le prime tracce di insediamento umano nel territorio di Sarroch risalgono alla cultura calcolitica di Monte Claro (2500/2400-2000 a.C.). 


di Fabio Nieddu - Tratto da "Sarroch - storia, archeologia e arte", Comune di Sarroch, a cura di Roberto Coroneo.

Nel 1974, durante lavori di sbancamento operati, con un mezzo meccanico, in località Sa Crux'e Marmuri, appena a monte della S.S. 195, avvenne infatti il rinvenimento di una sepoltura a cista litica, poi studiata da Enrico Atzeni, che restituì, con pochi resti di un inumato, un corredo funerario formato da due contenitori ceramici con decorazione caratteristica di questa cultura. Si trattava di un piatto e di un'olla decorata a fasci di strette scanalature verticali disposte secondo uno schema metopale (cioè a bande decorate alternate a bande lisce) che, associato alla tecnica dell'incisione mediante una stecca a punta sfondata, appare oggi tipico dell'area sulcitana (confronti a Tanì- Carbonia / Iglesias, Seddas de Daga-Iglesias, Grotta dei Pipistrelli-Villamassargia, San Paolo- Santadi). La tomba faceva verosimilmente parte di una più ampia necropoli, forse contigua ad un abitato. A circa m 800 a Sud-Ovest, infatti, i resti di una struttura rettangolare absidata lunga circa m 17, scompartita nel senso della lunghezza da due tramezzi trasversali, a riproporre uno schema planimetrico ed una tecnica muraria assimilabili a quelli documentati dalle capanne del sito Monte Claro di Biriai-Oliena, potrebbero essere riferibili alla cultura in questione, anche se i ritrovamenti di superficie (ceramica nuragica e punica) non confermano, al momento, questa attribuzione. La presenza di genti Monte Claro nel territorio fu poi ribadita da ritrovamenti ceramici nell'area del villaggio Moratti. È tuttavia l'età nuragica che restituisce la documentazione più ampia. Il territorio di Sarroch (fig. 1) appare punteggiato, nella sua fascia costiera, da un numero considerevole di nuraghi (16), che sembrano occupare sistematicamente i punti strategici, come gli sbocchi delle vallate, le testate dei rilievi che si protendono sulle pianure, i rilievi isolati, le vette a picco sul mare e, più in generale, le alture che garantivano un ampio dominio visivo ed un facile controllo a valle e sugli approdi. Risultano invece praticamente assenti nella fertile pianura che si estende ad Ovest del complesso di Monte Arrubiu, e ciò in assonanza con quanto emerso da altre indagini territoriali. La spiegazione di questo dato, apparentemente contraddittorio, è stata variamente cercata sia nella difficoltà di reperire materiale litico da costruzione in aree alluvionali, sia nella loro insalubrità che, già testimoniata dagli autori antichi (Cicerone, nelle sue invettive contro i sardi, definisce più volte l'isola "pestilenzale"), è confermata, nel caso specifico della pianura che si estende da Sarroch a Pula, da una precisa notizia dell'Angius. Tuttavia, la maggiore concentrazione delle strutture in luoghi elevati e in corrispondenza di suoli a forte limitazione d'uso, suoli cioè collinari e rocciosi, adatti solo al pascolo, come emerge anche dall'esame della carta pedologica, potrebbe indicare, più verosimilmente, la priorità attribuita, nelle scelte insediative, ad una esigenza di controllo, da non intendere necessariamente e solo in termini militaristici, ma anche come necessità di legittimare con dei "segni" ben visibili l'appropriazione formale del territorio stesso. Quanto alle caratteristiche tipologiche, va rilevato che, accanto a pochi nuraghi a tholos, sia monotorri (Motti, San Nicola 2, Canale Peppino) che complessi (Mereu, Sa Domu'e S'Orku, Antigori), sembrano prevalenti strutture con caratteri atipici, per qualcuna delle quali si potrebbe proporre la definizione di protonuraghe, senza dare necessariamente al termine una valenza cronologica, visto che le ceramiche di superficie cofermano una datazione al Bronzo Recente (1330/1300-1150 a.C.) e Finale (1150-900/850 a.C.). Si tratta di strutture di piccole dimensioni, spesso di pianta irregolare (Guardia Sa Mendula, Mussara), che a volte appaiono come semplici integrazioni della roccia naturale (Is Baccas e San Nicola 1), o come basse piattaforme di pianta vagamente ellittica, apparentemente prive di ingressi o di vani interni,a parte i vuoti creati dagli scavi clandestini, e caratterizzate da una tessitura muraria disordinata, con ampie lacune tra i blocchi, non colmate da zeppe di rincalzo (Giammo e Guardia Santali, che trovano riscontro nella struttura analoga di Guardia S. Aliana, nel vicino territorio di Pula). Ferma restando la preventiva necessità di accertare le relazioni cronologiche, la vicinanza e l'indubbia correlazione reciproca tra le strutture rende plusibile l'ipotesi che non fossero autonome ma facessero parte di un sistema organizzato di controllo del territorio, forse di carattere cantonale, del quale il nuraghe Mereu, poderoso nuraghe complesso ad addizione concentrica (si individuano, tra i crolli, il mastio, almeno quattro torri distinte e, forse, l'antemurale), poteva costituire uno degli elementi focali. Le ricerche di superficie e gli scavi stratigrafici compiuti all'Antigori e a Sa Domu'e S'Orku mostrano che la sussistenza era basata su un'economia di tipo misto, nella quale sono documentate agricoltura, allevamento, pesca e caccia. Un'attività agricola è attestata dal rivenimento di macine e macinelli, l'allevamento e la pesca dal ritrovamento, ad es. negli strati 4, 6 e 7 della torre f di Antigori, di ossa di ovini e bovini (anche suini a Sa Domu'e s'Orku) e di valve di Mitylus, Cardium, Ostrea e Patella. Indicativi di una attività di pesca sono anche "una quarantina di pesi da rete, di forma cilindrica con base piatta" che, "rinvenuti disposti in strati sovrapposti e con costante andamento a semicerchio" nello strato 3 del vano a di Antigori, fanno pensare, per la loro giacitura, ad una rete da pesca arrotolata e deteriorata in sistu. Un'attività di caccia è testimoniata dal ritrovamento di ossa di volatili, roditori, cinghiale, cervo e capriolo. Queste comunità sepellivano i loro morti nelle tombe di giganti, il cui numero (sono almeno 19 quelle conosciute) e la cui dislocazione, permettono di individuare alcune costanti: sono spesso in gruppi di due o tre (ad Antigori, Nuraxi, M. Arrubieddu e M. Arrubiu, Mussara, Guardia Mussara, M. Mereu (fig. 2)); si trovano quasi sempre in stretta continuità con il nuraghe di riferimento; sorgono in genere alla base o sulle prime pendici dei rilievi occupati dal nuraghe, concorrendo a delimitare, con questi ultimi, l'area verosimilmente occupata dagli abitati. Si tratta per lo più di tombe di giganti del tipo a filari, a volte di notevoli dimensioni: le due tombe di Mussara misurano rispettivamente 19 e 21 m di lunghezza. Solo in alcune si nota l'uso di grandi ortostati nella camera (es. tomba I di Monte Mereu, fig. 2), mentre interessante è la tomba di S'Arcu de Mussara I, che conferma la presenza nel territorio del tipo parzialmente ipogeico, con copertura a sezione ogivale e privo di esedra, già documentato nel vicino sito di Perda'e Accuzzai-Villa San Pietro. Più difficili da individuare sul terreno, dove spesso sono segnalate solo dalle presenze ceramiche, sono le tracce degli abitati, documentati sicuramente ad Antigori, Is Baccas, Perd'e Sali e M. Arrubiu. Quest'ultimo sorgeva, apparentemente svincolato dal nuraghe, appena a valle della pendice occidentale del Monte Arrubiu, nell'area oggi occupata della moderna cava. Qui, intorno al 1900, "certi Addis Raimondo e Salonis Francesco - come scrive Antonio Taramelli nel 1926 - scopersero a poca profondità dal suolo un rozzo pentolone in terracotta, con varie armi, strumenti in bronzo, e prove di fondita e panelle in rame..., del peso complessivo di una ventina di chilogrammi..." Il ripostiglio comprendeva, tra gli altri manufatti, asce (fig. 3) con due occhielli laterali, sia piatte che del tipo a tallone e lama a costolatura mediana che, considerate caratteristiche della Penisola Iberica e dell'area atlantica, sono datate tra la fine del Bronzo Finale e l'età del Ferro. In seguito al fortunato rinvenimento, Taramelli intraprese lo scavo di una capanna circolare (fig. 4) le cui strutture affioravano nelle immediate vicinanze, che non restituì però materiali significativi. Due distinte testimonianze orali, peraltro difficili da verificare sul terreno, parlano della presenza di due pozzi sacri del tipo con scala di discesa in loc. Pranu de Santu e Corriaxiu, entrambi interrati. Esse offrono l'unico indizio dell'esistenza nel territorio di strutture legate al culto.

IL NURAGHE SA DOMU'E S'ORCU

Il nuraghe Domu'e S'Orku sorge a quota m 103 slm, su un'altura del complesso collinare andesitico che dalla vetta di Monte Arrubiu digrada, ad Est, verso il golfo di Cagliari, allo sbocco della valle solcata dal modesto torrente denominato Rio Giampera.
Lo scavo scientifico del monumento, condotto da Antonio Taramelli, che ne riferì nel 1926, fu intrapreso nella primavera del 1924 grazie ad un finanziamento del Ministero dell'Istruzione ed alla liberalità del "Nob. Comm. Avv. Giuseppe Siotto", proprietario del terreno, che "non solo concesse di eseguire gli scavi e le ricerche che fossero necessarie, ma accordò tutti gli aiuti possibili".
Il nuraghe, costruito in grossi blocchi poliedrici di andesite, si sviluppa per circa m 24 lungo l'asse Est/ NordEst - Ovest/SudOvest, ed è costituito da due torri a pianta circolare (figg. 5-6), collegate da due bracci murari rettilinei e divergenti a tenaglia, che delimitano un cortile mediano scoperto (B), a formare uno schema del tipo "a tancato". L'analisi delle strutture rivela una sequenza delle fasi costruttive che prevede dapprima l'edificazione della torre Est (A), alla quale si addossa successivamente il corpo costruttivo costituito dalla torre Ovest (C) e dai bracci murari rettilinei. Se l'aggiunta sia avvenuta a distanza di tempo, secondo l'interpretazione tradizionale, o si debba pensare piuttosto ad un progetto unitario, secondo l'orientamento che oggi appare prevalente, è dubbio.
Tuttavia già il Taramelli, pur sostenendo la prima ipotesi, e pur individuando una discriminante negli ingressi più bassi del corpo aggiunto, notava che "stilisticamente" i due corpi d'opera non presentano differenze nei materiali né nella tecnica costruttiva, il che non depone a favore dell'interpretazione per fasi.
L'ingresso (fig. 7), che si apre al centro della cortina rettilinea meridionale, immette in un
corridoio che conserva, sul lato destro, la cosidetta "garitta di guardia", sulla cui reale funzione sussistono interpretazioni diverse. Sollevando lo sguardo si può vedere una piccola apertura quadrangolare, che mette in comunicazione con una celletta sopraelevata aperta verso il retrostante cortile. Questo particolare costruttivo, documentato in un buon numero di nuraghi, è stato variamente interpretato come caditoia, botola e finestrella di sorveglianza, oppure messo in relazione, più verosimilmente, con il sistema di chiusura dell'ingresso.
Il cortile retrostante (fig. 9) rappresenza l'epicentro spaziale del monumento, l'ambiente sul quale convergono l'ingresso principale e quelli delle due torri. Nonostante un leggero aggetto della parte alta delle pareti possa far pensare ad un accenno di chiusura (il particolare è documentato, tra gli altri, anche nel cortile di Su Nuraxi-Barumini), si trattava di uno spazio in origine sicuramente scoperto. Due nicchie, una delle quali a sezione ogivale e l'altra, sopraelevata, di forma incerta, si aprono nella parete che fronteggia il lato d'ingresso. Si accede alle torri A e B attraverso due corridoi a luce ogivale strombati verso l'interno (fig. 8). Il vano interno della torre A, eccentrico a causa del maggior spessore murario sul lato d'ingresso, presenta un marcato sviluppo in altezza, che, piuttosto che testimoniare una presunta eccessiva precauzione in relazione alla statica dell'edificio, per cui i costruttori avrebbero preferito non inclinare troppo la parete per scongiurare il pericolo di crolli, sembra meglio interpretabile con la volontà di sfruttare al massimo l'altezza alla ricerca di spazio abitabile. Un soppalco in legno, infatti, scompartiva la camera in senso verticale, creando un ulteriore spazio d'uso. Si spiega così la presenza della nicchia sopraelevata a m 3,80 dal piano del pavimento, e di un'ulteriore apertura, a m 4,50. Quest'ultima dava accesso ad una scala in muratura che, girando in senso orario all'interno dello spessore murario, doveva condurre al terrazzo della torre, o anche ad un piano superiore. Né nicchie né aperture sono invece visibili nella camera della torre B. Il ritrovamento, tra i crolli, di alcuni conci a cuneo in arenaria (altri simili sono visibili all'Antigori e tra i crolli del nuraghe Mereu), fa pensare che le torri dovessero terminare superiormente con un coronamento in conci lavorati, verosimilmente funzionali alla messa in opera dei tipici mensoloni di sostegno del terrazzo sporgente, in analogia con la documentazione fornita da vari altri nuraghi dell'isola e dai modellini di ambito cultuale che li raffigurano. Lo sporto sommitale assicurato dalla presenza dei mensoloni avrebbe permesso, nell'interpretazione militare-difensiva del nuraghe, di riguadagnare la verticale rispetto all'inclinazione del muro esterno, favorendo un uso del terrazzo come piombatoio, oltre a costituire un ostacolo alla scalata da parte degli eventuali assalitori.
Lo scavo, eseguito, scrive Taramelli, "con tutta la diligenza che era possibile", si connota
positivamente per il rigore scientifico col quale fu condotto, secondo le moderne tecniche
stratigrafiche. Tra i reperti degli strati nuragici, si segnalano una perlina in vetro trasparente (micenea?), anse decorate e anse a gomito rovescio (Bronzo Finale), e "ceramica nerastra a superfici lucide" (grigio-ardesia?). Evidenti poi, nel cortile, i segni di un'attività metallurgica, indiziata dal ritrovamento di crogioli in pietra, frustoli di rame e ciotoli di fiume "con traccia di forte attrito sulla superficie". Questi ultimi, che si rinvengono spesso associati ai resti di metallurgia, sono forse interpetabili come trituratoi per la lavorazione del minerale grezzo, nelle fasi di arricchimento, ossia di eliminazione meccanica della ganga, e di macinazione. L'intuizione, che fu già di Giovanni Patroni, dell'importanza che l'indagine dei nuraghi ubicati sul Golfo di Cagliari poteva rivestire nello svelare le tracce dei primi contatti tra i nuragici e i coloni d'oltremare, rivelerà la sua correttezza in occasione di un successivo intervento di scavo, intrapreso nel 1978 da Maria Luisa Ferrarese Ceruti, che portò al rinvenimento, insieme a ceramica nuragica grigio-ardesia, di almeno tre frammenti micenei (Miceneo IIIC), anticipando il quadro materiale che in quegli stessi anni verrà alla luce, con ben maggiore evidenza, all'Antigori.

IL NURAGHE ANTIGORI

La fortezza nuragica di Antigori, già segnalata da Enrico Atzeni, balzò alla ribalta dell'archeologia isolana nella primavera del 1980, quando due studenti, Giulio e Roberto Copparoni, rinvennero fortuitamente, tra la terra sconvolta da uno scavo clandestino, dei frammenti ceramici dipinti che, cosegnati a Maria Luisa Ferrarese Ceruti, furono immediatamente riconosciuti come micenei. L'eccezionale interesse del rinvenimento ("Micenei in Sardegna!", recitava con comprensibile enfasi il titolo di uno dei primi resoconti) spinse l'allora Soprintendente archeologo Ferruccio Barreca ad organizzare un primo intervento d'urgenza, la cui direzione fu affidata alla stessa Ferrarese Ceruti. Le
5 campagne di scavo che seguirono (dal 1980 al 1984) permisero di conseguire una serie di
importanti risultati scientifici e, tra questi, di accertare per la prima volta ed in modo inequivocabile l'esistenza di contatti, a partire almeno dall'età del Bronzo Recente (1330/1300-1150 a.C.), tra le popolazioni sarde nuragiche e quelle micenee dell'area egea e orientale, confermando in modo ampio e completo ciò che rari e sporadici ritrovamenti precedentemente avvenuti in altre parti dell'isola (Orosei e nuraghe Nastasi di Tertenia) avevano solo fatto intuire. L'insediamento fortificato sorge sulla sommità del rilievo omonimo, un colle che si erge a quota m 109 slm su una delle dorsali che, dal massiccio montuoso sulcitano, si protendono verso il litorale, in posizione di dominio sull'ampio arco di costa che si distende verso la città di Cagliari e, sul lato opposto, fino a punta Zavorra, là dove le colline che formano il complesso di Monte Arrubiu incontrano il mare. È costituito da un complesso sistema (figg. 10-13) di torri circolari e cortine murarie rettilinee di raccordo, disposte su vari livelli, il cui sviluppo planimetrico non segue uno schema costruttivo preordinato ma appare strettamente vincolato alle asperità del rilievo. Così mentre il settore Nord è difeso dalle torri c e b e quello Sud, il più esposto a causa della minore pendenza del rilievo, dalle torri h, g ed f, con le relative muraglie di raccordo, la protezione degli altri versanti risulta garantita dai dirupi e dalle inaccessibili pareti di roccia naturale a strapiombo che, perfettamente integrati nelle strutture, contribuiscono a comporre un formidabile dispositivo difensivo. Il circuito murario esterno delimita lo spazio insediativo del villaggio di capanne, individuato e parzialmente scavato
solo nel settore occidentale, e i contigui ambienti a pianta quadrangolare, uno dei quali in opus incertum con ricorsi in mattoni, che testimoniano ’a successiva frequentazione del sito in età punica e romana, confermata anche dalla stratigrafia del vano a (fig. 15) oltre che dai numerosi ritrovamenti avvenuti nel tratto di costa antistante. L'ingresso al complesso, che conserva ancora in opera il colossale architrave parallelepipedo in quarzite, si apre a Sud, nel tratto di cortina che si raccorda alla torre h. Esso immette in un corridoio curvilineo che doveva condurre verso la sommità, guadagnando la forte pendenza con un sistema di rampe e scale. La spessa coltre di terra e pietrame, che ricopre il pendio in questo punto, lascia appena intravedere parti di corridoi e camere a tholos che, riportati alla luce dall'azione dei clandestini, successivamente alle campagne di scavo ufficiali, contribuiscono a rafforzare l'impressione della maestosità e della complessità architettonica del sito. Tra le strutture ubicate nella parte alta, si segnala la torre c (fig. 14), la meglio conservata del complesso. Consta di due piani sovrapposti, dei quali quello inferiore, che conserva l'originaria copertura a tholos ancora integra, è raggiungibile mediante una scala che, attraversando lo spessore murario, sbuca in posizione sopraelevata rispetto al piano del pavimento, attualmente coperto da un deposito di riempimento, mai completamente scavato. Quasi alla base della muratura,
immediatamente al di sopra dei primi filari visibili, una serie di "feritoie" rettangolari si aprono verso la vallata sottostante. Si tratta di un dettaglio costruttivo che sembra rientrare nell'ambito degli espedienti architettonici riconducibili ad una esigenza militare/ difensiva. Secondo un'altra ragionevole interpretazione si tratterebbe invece di semplici "finestre", con funzione di permettere l'ingresso di luce e aria, mentre più difficile è vedervi la risposta ad una esigenza di alleggerimento dei carichi delle strutture. Ma a ben guardare, la presenza di "feritoie" anche nelle cortine rettilinee degli antemurali, farebbe cadere, almeno nel caso specifico, anche l'ipotesi dei "punti di luce", visto che gli gli antemurali delimitavano, come sembra, spazi completamente aperti, che ricevevano luce e aria dall'alto. Senza entrare nel merito dell'ancora spinoso problema della funzione dei nuraghi, e ammesso che potessero essere delle strutture polifunzionali, anche con destinazione abitativa (sorta di fattorie, secondo alcune interpretazioni) oppure, in qualche caso e relativamente a qualche ambiente specifico, cultuale, il caso dell'Antigori conferma tuttavia che indubbiamente prioritaria doveva essere la funzione connessa con l'esigenza difensiva e militare, o comunque, come si è detto, di controllo del territorio. Quanto alle ceramiche micenee rinvenute ad Antigori (e, in territorio di Sarroch, anche a Domu'e S'Orku, come detto, e a nuraghe Is Baccas, oltre che nella vicina Nora) si individuano principalmente due gruppi: uno di importazione, riconducibile a fabbriche micenee peloponnesiache, cretesi e cipriote (si tratta sia della tipica ceramica fine, con superfici color crema e pittura lucida rossa o bruna, che della ceramica più grossolana riferibile a grandi contenitori di derrate) ed uno, più numeroso, interpretato, anche sulla base delle analisi fisico-chimiche, come imitazione locale delle precedenti (superfici color cuoio e pittura rosso violaceo opaca). Come è noto queste ceramiche, che
vanno attribuite pressoché interamente al Miceneo IIIB (1300-1190 a.C.), ad eccezione di pochissimi frammenti del Miceneo IIIC (1190- 1050/1030 a.C.), furono rinvenute per lo più negli strati più profondi dei depositi indagati, e sempre in stretta associazione con la ceramica nuragica rigioardesia, con la parziale eccezione dei piccoli vani p e q, dove occupavano la parte mediana del deposito, e dove la ceramica grigio-ardesia risultava presente in misura minima. Negli strati più profondi di p e q, inoltre, si rinvennero alcuni frammenti pertinenti ad olle biconiche (pissidi) a tesa interna, che certo pongono problemi riguardo ad una possibile datazione del complesso alle fasi finali del Bronzo Medio. Ancora non è stata chiarita la natura dei contatti tra i sardi nuragici e i micenei, ma è possibile che si inquadrino all'interno di quel movimento miceneo verso occidente che fu determinato dalla necessità di approvvigionamento di metalli dai ricchi giacimenti della penisola Iberica (da dove provendono due frammenti ceramici micenei, rinvenuti a Llanete de Los Moros). Che la Sardegna (fig. 16) fosse ben inserita, a partire almeno dall'età del Bronzo Recente (ma i noti ritrovamenti da Mitza Purdia-Decimoputzu, San Cosimo-Gonnosfanadiga e Nuraghe Arrubiu-Orroli sembrano indicare una data più antica), all'interno di questa rete commerciale, è testimoniato anche dal rinvenimento di ceramica nuragica di tipo grigio-ardesia in strati ben datati a Kommos, nella parte centro meridionale dell'isola di Creta (dove venne alla luce, significativamente, nelle aree dell'insediamento con tracce di attività metallurgica), e a Cannatello, in Sicilia. Non si può escludere inoltre, che la Sardegna potesse essere essa stessa la meta, piuttosto che un tramite, di questi traffici, considerata la ricchezza di rame dei giacimenti sardi, ed anche la presenza di piccole quantità di cassiterite (presso Fluminimaggiore, Villacidro, Gonnosfanadiga etc.).
Non è questa la sede per un'analisi dettagliata del contesto ceramico, tuttavia si possono fare alcune considerazioni di carattere generale. Come è noto, gli scavi di Antigori rivestono una grande importanza scientifica anche perché permettono di riferire al Bronzo Recente quella parte della produzione in grigioardesia che è stata rinvenuta in associazione stratigrafica con le ceramiche micenee, colmando così la grande lacuna derivante dalla mancanza di dati di cronologia assoluta per le ceramiche nuragiche. Questo ha permesso di individuare nella grigio-ardesia un fossile guida per il Bronzo Recente, come sembra effettivamente emergere dalla stratigrafia della torre f. Bisogna rilevare, tuttavia, che lo scavo della torre c ha restituito questa ceramica, nelle stesse forme caratteristiche, e principalmente la conca con orlo a cordone esterno e labbro assottigliato, anche nello strato superiore del deposito (strato I), in associazione con anse a gomito rovescio, anse punzonate, ed altri indicatori considerati tipici delle fasi del Bronzo Finale. Quindi la durata nel tempo della grigio-ardesia è un dato che non può dirsi definitivamente acquisito, ma richiede ancora delle puntualizzazioni.

Post popolari in questo blog

La storia della famiglia Siotto a Sarroch

La Villa d'Orri: storia e caratteristiche dell'unica villa reale in Sardegna

S'Antiga Buttega de Sarroccu

La leggenda di Genniauri

Sarroch e la sua storia