Il territorio di Sarroch in epoca romana e medievale

A partire dall'epoca romana, la storia del territorio di Sarroch è strettamente legata a quella di Nora, città che continuò il suo sviluppo anche dopo la fine del dominio cartaginese, non diversamente da altri centri costieri sardi fondati dai Fenici.

di Anna Pistuddi - Tratto da "Sarroch - storia, archeologia e arte", Comune di Sarroch, a cura di Roberto Coroneo.

Nel 237 a. C. i Romani inviarono il console Tiberio Sempronio Gracco in Sardegna. Egli la conquistò in modo incruento, a cavallo tra la prima e la seconda guerra punica, sottraendola al dominio dei Cartaginesi. Roma infatti aveva approfittato dei gravi problemi creati a questi ultimi dalle rivolte dei mercenari sia in patria, sia nelle colonie. Cartagine restò fortemente indebolita dalle condizioni di resa impostele da Roma e perse, con la Sardegna, un serbatoio di risorse agricole, minerarie e umane. Numerosi schiavi erano prelevati dalle zone costiere e mercenari venivano arruolati tra le genti dell'interno. Il pericolo di nuovi attacchi da parte di Cartagine spinse Roma a organizzare anche la Sardegna come una provincia, associandola da subito alla Corsica e ponendola sotto il controllo di un pretore. Ma il processo di consolidamento delle posizioni romane nell'isola dovette scontrarsi con la resistenza degli indigeni. L'episodio più noto è la rivolta di Ampsicora del 215 a.C., soffocata nel sangue, che vide anche la partecipazione di comandanti cartaginesi. L'isola è ricordata nelle fonti come una delle province che rifornivano Roma di frumento e grano, a discapito di altre colture anche pregiate. In questo senso mantenne la funzione avuta nei confronti di Cartagine. L'amministrazione di Roma frazionò il territorio, tracciò confini precisi e assegnò appezzamenti coltivabili istituendo un catasto rurale. Iniziò un periodo di pace relativamente breve in cui la Sardegna conobbe la prosperità. Tra il IV e il V secolo d.C. si verificò uno spostamento sempre più radicale degli interessi imperiali verso Costantinopoli, e la penisola italica fu soggetta all'invasione dei Goti. Questi avvenimenti contribuirono a isolare sempre di più la Sardegna da Roma che tuttavia non poteva fare a meno delle riserve, sempre più necessarie, del grano qui prodotto. Numerose famiglie borghesi di Roma scelsero l'isola come rifugio dalle incertezze e dai pericoli dei tempi. Da Nora e dalla vicina Bithia, anch'essa fiorente al momento della conquista romana, provengono alcune epigrafi neopuniche a testimoniare la vitalità di queste città e dei territori circostanti. La posizione riparata dai venti e così prossima alle coste dell'Africa settentrionale contribuì allo sviluppo delle attività commerciali nella città di Nora. Dal suo porto prendevano il mare carichi di metalli provenienti dalle miniere sarde, prodotti della terra e soprattutto grano coltivato nell'entroterra. Fu sede di residenza del governatore e, per qualche tempo, capitale dell'isola. Da Nora, che mantenne per un certo lasso di tempo il prestigio e lo splendore già registrati nell'epoca fenicio-punica, prima della valorizzazione del sito cagliaritano, partiva la viabilità antica. La strada si divideva in tre tronconi, uno dei quali attraversava il territorio di Sarroch: era il tratto cosiddetto a Nora Karalibus. Questo tronco stradale partiva dalla città e correva lungo la costa verso nord est fino a Curales. Una testimonianza diretta dell'esistenza di questo collegamento viario è costituita dal ritrovamento, nei pressi di Villa d'Orri, di un tratto di carreggiata con i segni di un riadattamento effettuato nel corso del 200 d.C. Proseguendo verso Carales la strada deviava verso nordovest per Capoterra, mentre altre vestigia romane sono state rinvenute nella zona a mare. I Romani, dunque, trovarono una situazione urbanistica e stradale del territorio funzionale alle attività che vi si svolgevano, e si insediarono a Nora rispettandone il tracciato viario e urbano. Intervennero soltanto per realizzare, nel corso del tempo, quelle strutture necessarie all'organizzazione sociale e istituzionale loro propria. In base a un'iscrizione dedicata dal consiglio municipale al cittadino norense Q. Minucio Pio risulta che alla città di Nora nel I secolo d.C. fu conferito lo stato di municipium. Questa condizione giuridica, che fu attribuita a pochi centri della provincia sarda, faceva sì che le città sedi di municipia godessero di diritti particolari e possedessero una parte di territorio ad esse circostante. Il resto faceva parte dei possedimenti dello Stato e veniva destinato a diversi scopi, soprattutto come latifondo ad uso agricolo. Nora godette di un grande splendore e si sviluppò soprattutto tra il 100 e il 300 d.C. Le campagne di scavo condotte nel sito hanno restituito copiose testimonianze di questa situazione di fatto, registrando anche il momento della decadenza della città, iniziato dopo il 300 d.C. Essa fu causata anche dalla crescente importanza del centro portuale di Carales, ma comunque è inquadrabile nelle vicende storiche generali verificatesi tra il 300 e il 600 d.C. circa. L'antico villaggio di Sarroch e le sue pertinenze territoriali dovettero dunque vivere di riflesso le vicende storiche brevemente delineate. Il sito di maggior interesse per il periodo romano sembra essere quello della zona di Antigori, che testimonia una continuità d'insediamento rispetto al passato. Nel 1889 Filippo Vivanet riferiva di essersi recato, l'anno precedente, nella località s'Antigori per verificare la segnalazione della presenza di una «fabbrica romana» e, constatatane l'importanza, di volersi adoperare per la sua salvaguardia e conservazione. Egli parlò di un'antica villa destinata ad essere utilizzata come residenza di campagna vicina al mare, e della presenza di decorazioni pavimentali a mosaico a più colori e con disegni geometrici. Accanto a questa riferiva di un'altra «fabbrica di forma rettangolare, con nicchie distribuite simmetricamente» e «poco discosto, residui di tubatura, eseguita in mattoni per riscaldare l'acqua ad uso di bagno». La descrizione del Vivanet fa pensare ad una residenza di un qualche pregio, magari di un latifondista che, come tanti dopo la conquista romana e l'istituzione della provincia, ebbe in assegnazione un appezzamento di terreno da sfruttare a scopi agricoli. Purtroppo le sue buone intenzioni non ebbero seguito, se nel 1981 Simonetta Angiolillo, riportando la notizia data dallo stesso Vivanet, dovette constatare la perdita totale del mosaico. Allo stato attuale si sa soltanto che le sue caratteristiche dovevano risentire dell'influenza dei contemporanei mosaici africani. E possibile che gli autori di questo mosaico provenissero da Nora, città nella quale tra la fine del 100 e gli inizi del 200 d.C. operò una bottega che produceva mosaici con queste caratteristiche. Il legame con Nora si rivelerebbe quindi sempre più significativo, anche se la totale mancanza di notizie precise relative alla datazione del sito di Antigori impedisce qualsiasi considerazione certa. Di questo sito aveva dato notizia l'Angius qualche decennio prima del Vivanet, riferendo della presenza di «molte antiche monete» in una località non ancora indagata e studiata dal punto di vista archeologico. Sempre nel territorio di Sarroch fu rinvenuta, come testimoniò Antonio Taramelli, un'iscrizione di grande importanza durante i lavori per il recupero di materiali da costruzione dalle rovine della piccola chiesa di San Nicola, nel territorio comunale. Proviene dall'antica Nora ed è dedicata a tutti gli dei. Il suo interesse risiede nel fatto che il testo ricalca analoghe epigrafi rinvenute in Dalmazia, Numidia e Britannia.
Per l'epoca medioevale la situazione è ugualmente molto incerta e non risultano notizie dirette sul villaggio di Sarroch. È necessario allargare il campo ancora una volta al territorio geografico circostante e ai centri vicini più importanti. In un anno imprecisabile, tra il 456 e il 466 d.C., si verificò l'arrivo definitivo dei Vandali nell'isola, provenienti dal nord dell'Africa, per iniziativa di Genserico. La penetrazione in Sardegna iniziò dalla zona sudoccidentale, consolidando la loro presenza nelle isole del mare Tirreno. Ciò avvenne nonostante i tentativi di contrastarli e debellarli ad opera degli imperatori romani. La situazione dei primi secoli del Cristianesimo in Sardegna non è chiara. Tuttavia le notizie frammentarie pervenuteci tracciano la storia di una presenza precoce, dovuta alla deportazione di schiavi cristiani da parte dell'imperatore Commodo. I primi cristiani erano probabilmente romani condannati al duro lavoro nelle miniere isolane. A seguito di questi arrivi si dovettero formare le prime comunità stabili e gerarchizzate. A testimoniare l'importanza della comunità cagliaritana, si attesta la partecipazione del vescovo Quintasio e del suo presbitero Ippolito al concilio di Arles, svoltosi nel 314 d.C. Notizie più sicure si hanno sul vescovo cagliaritano Lucifero, che resse la diocesi per vent'anni circa e fu protagonista di alcuni episodi rilevanti inquadrabili nelle controversie religiose del tempo, testimoniando una piena partecipazione della Sardegna alle vicende della Chiesa di Roma. In una situazione ben definita territorialmente dalla suddivisione delle diocesi fedeli alla Chiesa di Roma, il dominio vandalico segnò un periodo di aspre controversie. Si contrapponevano l'Arianesimo e il Cattolicesimo, in un contesto segnato dall'intransigenza del re Trasamondo che esiliò diversi vescovi cattolici in Sardegna, rei di non aver abbracciato il culto ariano. Essi arrivarono nell'isola dopo il 507 d.C. e instaurarono un cenacolo culturale a Cagliari, dando vita a una delle pagine più vitali e interessanti della storia della città altomedioevale. Personalità centrale fu il vescovo esule Fulgenzio di Ruspe. A testimonianza di ciò è rimasto un codice manoscritto compilato a Cagliari, contenente alcuni testi di Sant'Ilario di Poitiers in cui si legge una riga attribuita alla mano dello stesso Fulgenzio. L'episodio del cenacolo cagliaritano si inserisce nel contesto di notevole importanza rappresentato dal monachesimo anacoreta, che il Fara fece risalire agli albori del 300 d.C., ma del quale non rimangono testimonianze storiche e archeologiche determinanti. Le testimonianze più rilevanti per questo periodo sono infatti di carattere funerario. La vita sociale ed economica non dovette subire grandi cambiamenti. Infatti si presume che la Sardegna sia stata guidata da capi di stirpe vandalica per le cariche più importanti: è il caso del governatore, con poteri militari e civili, e dell'amministratore del patrimonio. Le cariche minori, a livello locale, probabilmente rimasero ai Sardi. Per la città di Nora la decadenza iniziò in coincidenza con lo sviluppo del centro portuale di Carales, situazione che si consolidò al momento dell'arrivo dei Vandali. Tuttavia non fu abbandonata dalle autorità. Infatti durante il regno di Teodosio, tra il 425 e il 450 d.C., un principalis (figura istituzionale assistente del magistrato e responsabile degli atti amministrativi) di nome Valerius Euhodius fece restaurare l'acquedotto a sue spese, restituendo alla città una struttura estremamente importante. Inoltre Nora fu fortificata per essere trasformata in presidio grazie alla sua posizione propizia. Nello stesso secolo si datano diverse tombe in vari centri dell'isola, o edifici cristiani che sorsero sfruttando strutture precedenti. A Nora questa prassi è testimoniata dalle tombe nell'area della chiesa di Sant'Efisio, ma anche da un'iscrizione a carattere funerario che riporta un nome, Rogatus, lettore nella comunità cristiana di questa città. Per quanto riguarda l'economia in genere, si ritiene che in questo periodo il territorio isolano abbia mantenuto il sistema dei latifondi, con ville padronali, orti e possessi destinati in particolare alla monocoltura di grano e frumento. In questo contesto si può immaginare che il centro di Sarroch, col territorio circostante, non abbia mutato di molto la condizione già ipotizzata per l'epoca romana. Verosimilmente condivise con i centri della costa e dell'entroterra a sudovest dell'isola le medesime vicissitudini e gli stessi pericoli dovuti alle incursioni e alla conquista da parte dei Vandali. Nel 533 la Sardegna entra nell'orbita dell'impero di Bisanzio ad opera degli eserciti di Giustiniano, inviati da Belisario e provenienti dal nord Africa. La dominazione bizantina durerà fino al 950 circa. Anche in questo frangente gli storici si sono misurati con l'esiguità delle fonti d'archivio, che tuttavia testimoniano a sufficienza la situazione dell'isola in quel periodo. Le istituzioni principali risiedevano a Carales: il praeses, con compiti amministrativi, giudiziari e legislativi, e il dux con compiti militari e di controllo sul territorio. Essi operavano coadiuvati da ufficiali e collaboratori a vario titolo. Si hanno notizie più precise sulle fortificazioni dei centri isolani quando cominciano a farsi imponenti le scorrerie degli arabi, rendendo più pericolosi i viaggi in mare e meno sicuri gli insediamenti sulle coste. La conseguenza più significativa sul piano politico fu la sempre maggiore autonomia della Sardegna rispetto a Costantinopoli. La religiosità bizantina dovette lasciare sicuramente tracce più imponenti di quelle rimaste oggi, che sono per lo più testimonianze architettoniche, in parte stravolte nel loro aspetto originario da interventi successivi di ricostruzione, quando non di premeditata cancellazione del culto greco. Rimangono inoltre frammenti scultorei degli arredi delle chiese e iscrizioni in caratteri greci. È in questo contesto di importazione di usi religiosi che probabilmente resta una traccia, per quest'epoca, nel territorio di Sarroch. Dirigendosi dal centro cittadino verso Pula, si imbocca la via San Giorgio e si oltrepassa il cimitero. Percorso un primo sottopassaggio si prosegue fino a un secondo ponte. Svoltando a sinistra in una stradina non asfaltata, prima del ponte, si raggiunge il sito che conserva i ruderi della chiesa di San Giorgio. Il culto di questo santo è ampiamente documentato in tutta l'area bizantina, e potrebbe essere la spia di una fondazione religiosa "greca" in questo territorio. Il sito di San «Georgio» fu citato dall'Angius nel 1849. Egli sosteneva che, per sfuggire ai pericoli delle incursioni arabe, la popolazione proveniente dal villaggio costiero dovette riparare in questa zona più a monte, detta dagli abitanti barraccas de susu per distinguerla dal polo costiero detto barraccas de baxiu, cui faceva capo la parrocchiale di Santa Vittoria, che lo stesso Angius diceva abbandonato da lungo tempo, citando un'osservazione del Fara che scriveva a sua volta nel 1580 circa. I ruderi della chiesa di San Giorgio sono ancora visibili e mostrano un edificio costituito da più ambienti. Sono visibili i segni degli interventi che ne hanno mutato l'aspetto originario e, nelle parti prive d'intonaco, si scorge pietrame misto nelle murature. Irregolare per forma e dimensioni, fu probabilmente ricavato dal letto dei fiumi circostanti la zona. Grossi massi squadrati irrobustiscono gli angoli. 
Tra il 900 e il 950 gli Arabi tornarono ad essere una minaccia concreta per le coste sarde, costringendo le flotte navali di Bisanzio a contrastarne gli attacchi. L'autonomia sempre più evidente dei governatori bizantini della Sardegna contribuì a una trasformazione istituzionale di grande interesse che diede origine ai quattro giudicati. Si presume che la minaccia araba sempre più pressante abbia costretto i bizantini a concentrare tutti gli sforzi a difesa della Sicilia lasciando la Sardegna del tutto isolata. Secondo la teoria più accreditata tra gli studiosi, lo judex Sardiniae intorno al 950 avrebbe inviato suoi rappresentanti nelle circoscrizioni più importanti dell'isola. Questi, lontano da Cagliari, estesero i loro poteri e assunsero titolo e prerogative dello judex, rendendosi autonomi. Ne derivò una divisione del territorio in quattro regni (giudicati): Cagliari, Arborea, Torres e Gallura, che divenne definitiva nel corso del 1000. Ogni giudicato era ulteriormente diviso in porzioni di territorio dette curatone. Per il controllo di queste e delle ville con le rispettive pertinenze, il giudice si serviva di funzionari con differenti mansioni: i curatores e i maiores. Di pari passo si assistette all'organizzazione della Chiesa. Accanto a una massiccia presenza degli ordini monastici chiamati spesso dagli stessi giudici, le istituzioni della Chiesa si articolavano in diocesi rette da vescovi e arcivescovi. È in questo contesto che i giudici, attraverso donazioni, favorirono l'arrivo nell'isola dei monaci benedettini, a partire dal 1065, provenienti da Montecassino, Camaldoli, Cìteaux o San Vittore di Marsiglia. Si assistette a una rinascita della cultura. Da non trascurare anche la presenza sempre più stabile e radicata delle repubbliche di Pisa e Genova, in precedenza attivamente impegnate nella difesa dei loro interessi nel Mediterraneo contro il pericolo saraceno. Le attività commerciali portarono le potenti famiglie dei mercanti genovesi e pisani a scontrarsi ripetutamente. La loro presenza interferì spesso anche a livello politico. Queste circostanze contribuirono alla circolazione di nuove correnti artistiche in Sardegna. Esse si innestarono sulla cultura locale e hanno lasciato le tracce più significative nell'attività architettonica (militare e, soprattutto, ecclesiastica) del Romanico. Il territorio di Sarroch era compreso nel giudicato di Cagliari e nella curatoria di Nora, di cui condivise le vicende storiche ed economiche. Per questo periodo le fonti documentarie tacciono quasi del tutto. L'antico villaggio costiero di Sarroch rimase probabilmente spopolato per un lungo periodo a favore dell'insediamento a monte. Anche in questa zona della Sardegna prevalevano le attività agricole e di sfruttamento del territorio. Tra i centri nominati da Vittorio Angius a proposito della curatoria di Nora vi è anche Sarroccu, che indicava anche citato nelle "memorie" del re aragonese Pietro il Cerimonioso. In esse risulterebbe dato in feudo a un tale Francesco Rubens. Una ricognizione nell'Archivio di Stato di Cagliari ha permesso di reperire notizie relative a un contenzioso riguardante la "villa" di Sarroch. Nel fascicolo datato 27 agosto 1763, si parla della causa pendente all'Intendenza Generale tra il Regio Fisco e la baronessa di Capoterra Donna Maria Rita Vico. Il sovrano Pietro IV d'Aragona, il 27 maggio 1355, avrebbe comandato all'avvocato patrimoniale Guillelmo Ribalta di perfezionare la vendita del feudo al cittadino cagliaritano Francisco Roig, che in tal modo ne acquisiva i diritti perpetui per sé e per i suoi discendenti secondo gli usi italici. Il feudo comprendeva le «ville dette di Sarroch, Cabriol, Petrasal, Cucho e la villa chiamata Sancta Maria Magdalena», più i territori circostanti. Nello stesso fascicolo si dichiara però l'impossibilità di ritrovare il documento originale che comprovava tale atto di infeudazione. Il feudo passò regolarmente a Simon Roig, ultimo discendente di Francisco, che morì senza figli maschi. Successivamente il possesso fu confermato alle sue due figlie (delle quali non si conosce il nome) dal re "Don Fernando" il 6 febbraio 1501. Le vicende successive vedono questo feudo passare alla famiglia Torellas sin dai primi venti anni del 1500. Nelle carte dell'Archivio della Corona d'Aragona relative al primo parlamento sardo convocato dal sovrano Pietro IV il Cerimonioso, risulta presente ai lavori un cittadino della "villa" di Sarroch. Bartolo d'Iba (Bartoli Diba o Bazolus de Iba) fu nominato procuratore, per il Braccio Reale, dai suoi concittadini riuniti nella chiesa di Santa Vittoria il 21 febbraio 1355. Giunse a Cagliari due giorni dopo. Lo stesso, il giorno 10 marzo, risulta firmatario tra i sottoscrittori delle Costituzioni della corte cagliaritana. Questa notizia è importante in quanto consente di stabilire che Sarroch non solo a quella data esisteva ancora, ma che era un feudo dipendente direttamente dalla Corona. Ai lavori dello stesso parlamento partecipò anche il cittadino cagliaritano Francesco Roig (Rubei o Rubens), che qualche mese dopo avrebbe acquistato, come si è visto, i diritti feudali sulla "villa" di Sarroch dal Regio Fisco. La puntualizzazione dell'Angius pone l'accento su un fatto nuovo, sconosciuto in Sardegna fino all'arrivo dei sovrani catalano-aragonesi, ossia l'istituto feudale. Esso venne applicato sin dagli inizi del dominio aragonese. Nel 1323 l'infante Alfonso d'Aragona sbarcò in Sardegna per dare concretezza all'atto di infeudazione che il papa Bonifacio Vili fece a favore del sovrano Giacomo II, creando nel 1297 il Regno di Sardegna e Corsica. Nel volgere di tre anni il Castello di Cagliari fu conquistato a discapito dei Pisani. Un nucleo di resistenza alla conquista dell'isola era costituito dai signori pisano-genovesi delle famiglie Doria e Malaspina e dal giudicato di Arborea. Da questo momento in poi sarà la penisola iberica, in particolare la Catalogna, a costituire il principale punto di riferimento per la Sardegna, sia dal punto di vista politico amministrativo sia da quello culturale. Ma un taglio netto con la cultura italiana avvenne soltanto a Cagliari, mentre nel giudicato arborense e nel resto dell'isola il cambiamento fu graduale. La dominazione aragonese, dal 1323 a tutto il 1400, ha segnato lo spopolamento di molti villaggi di piccole dimensioni a favore di pochi centri che funsero da poli di attrazione. Non è chiaro in quale preciso momento la "villa" di Sarroch abbia seguito lo stesso destino. Di certo si sa che nel 1580 il Fara la inserì nell'elenco dei centri disabitati. Il suo territorio, e le tracce d'archivio lo confermano, nel corso del tempo è passato in mano a diversi feudatari senza soluzione di continuità. E pare abbia avuto per essi una certa importanza se, ancora nel 1700 inoltrato (il villaggio era nuovamente popolato), «Donna Maria Angela Amat, vedova del defunto Don Francisco Bernardo Vicco, come tutrice della figlia primogenita Donna Maria Rita Vicco, pretende la immissione di questa nel possesso della baronia di Sarroch, sotto sequestro del Fisco, e che le si conceda l'investitura feudale col relativo godimento dei frutti». E indicativo come, per veder riconosciute le sue richieste, faccia appello all'infeudazione a carattere perpetuo concessa dal sovrano Pietro il Cerimonioso ben quattro secoli prima.

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