Le antiche feste di Santu Antoni e Santu Srebestianu nella memoria storica di Sarroch

Anche a Sarroch, fino agli anni cinquanta, Gennaio era un mese ricco di tradizioni, come su fogadoni e il rito della preparazione de su pan'e saba, collegati al culto di due santi la cui venerazione è sempre stata molto popolare in tutta la Sardegna: Sant'Antonio e San Sebastiano.


Nella società di oggi, come festività, Gennaio è noto quasi esclusivamente come il mese di Capodanno e dell’Epifania. Diversa era la situazione fino ai primi decenni del novecento, quando ancora erano forti le tradizioni ereditate dal passato e il culto dei santi era una delle poche occasioni per spezzare la dura monotonia della vita dei campi e del pascolo. Le feste dedicate ai santi erano quindi molto attese, sia da un punto di vista religioso, sia civile, con il ruolo svolto da alcune tipicità culinarie e dagli svaghi tradizionali come la musica, il canto e il ballo.
Ma come erano le feste di Sàntu Antòni e Sàntu Srebestianu a Sarroch? Quali erano i riti e le tradizioni seguite dai nostri avi? 
In questo articolo proveremo a fornire delle risposte, partendo proprio dalla figura di questi due importanti santi. 
Sant'Antonio, considerato il primo Abate e fondatore del monachesimo, è uno dei più illustri santi della storia della Chiesa. Nato in Egitto intorno al 250, abbandonò ogni cosa per vivere come un eremita. Diversa, invece, la storia di San Sebastiano, nato nel 256, militare romano e martire per aver sostenuto la fede cristiana proprio come Sant'Efisio. Due santi il cui culto ha avuto un ruolo molto importante nella tradizione popolare sarda e sarrocchese.



SANT'ANTONIO E SAN SEBASTIANO A SARROCH. Per ricostruire in modo dettagliato il culto di Sant'Antonio e San Sebastiano, ci rivolgeremo alle più recenti fonti orali intervistate per la stesura di questa ricerca (informatori e informatrici nate tra gli anni venti e quaranta del novecento), alle testimonianze raccolte nell'opera di Teresa Tinti "Dall'Antigori alla Saras: Immagini di Sarroch" e ad alcuni importanti testi di approfondimento sul tema delle tradizioni nell'isola. 
Per iniziare, possiamo affermare che Sant'Antonio e San Sebastiano si festeggiavano a Sarroch ogni anno: Sant'Antonio tra il 16 e il 17 di Gennaio, mentre San Sebastiano il 20. Nonostante i santi fossero diversi, le due feste erano però molto simili. 
La differenza più importante, riscontrata dalle più recenti testimonianze, era che la sera prima della festa liturgica, il 16 Gennaio, veniva acceso un grande fuoco nella Piazza di Chiesa, proprio nel punto in cui oggi è presente la statua del Milite Ignoto. Su Fogadòni era preparato con grossi tronchi che rimanevano accesi tutta la notte, e la mattina successiva “i bambini accorrevano vicino alle braci curiosi di vedere se qualche tizzone restava ancora acceso per portarlo in casa e ravvivare le fiamme dei propri camini”. E' molto probabile, come evidenziato da Dolores Turchi, anche se non sono pervenute testimonianze a riguardo, che tale fuoco durasse in passato ben tre giorni fino alla festa di San Sebastiano del 20 Gennaio.
Su fogadòni era quindi l'elemento centrale della festa: un fuoco del quale resta vivo ancora oggi il ricordo tra gli anziani sarrocchesi. E nonostante tale informazione sull'accensione del fuoco non sia mai stata trascritta in alcun testo storico sul paese, possiamo quindi confermare che anche a Sarroch, per Sant’Antonio, era viva la tradizione del grande fuoco purificatore che ancora oggi viene acceso per l'occasione in tanti comuni della Sardegna. 
La festa di San Sebastiano, viceversa, secondo la maggior parte delle testimonianze, non prevedeva l'accensione di alcun fuoco, anche se memorie storiche ancora più anziane, come Giglio Massa (classe 1921) e Ireneo Meloni (classe 1929), ricordano che il fuoco veniva acceso per entrambe le feste. Elemento distintivo riscontrabile in questa festa - e comune anche ad altre realtà sarde - era che insieme alla Statua del Santo veniva portato in processione anche un ramo d'albero d'arancio comprensivo di foglie e frutti: un elemento simbolico molto rilevante, chiaro richiamo alla generosità della natura e invocazione di prosperità. E' interessante sottolineare che il ramo d'arancio veniva citato anche da Grazia Deledda nel suo racconto sulle tradizioni nuoresi facendo però riferimento alla festa di Sant'Antonio anziché a quella di San Sebastiano.
Per quanto concerne il fattore organizzativo, tra i volontari delle due feste di Sàntu Antòni e Sàntu Srebestianu erano presenti molte persone: uomini, ma anche pie donne della Chiesa, mogli e madri. Quest’ultime, in particolar modo si adoperavano a preparare il Pan'e Saba, la cui caratteristica fondamentale era l'aspetto "pintàu", ovvero ornato e decorato.

Gli anziani raccontano che tale comitato veniva chiamato con il nome de "Is Obrèris", appellativo sardo tipico per i gruppi di volontari che si "operavano" per la buona uscita delle feste tradizionali. Ancora oggi, per esempio a Sinnai, il comitato promotore della festa di Sant'Antonio e della preparazione de Su Fogadòni è chiamato proprio in questo modo. 
La preparazione del pane di sapa aveva un ruolo preponderante. Inizialmente, una giornata era dedicata interamente alla preparazione de "su frumèntu", parola in lingua sarda che indica il "lievito madre" o "pasta madre". Tale pasta fermentata era un impasto di farina e acqua sottoposto a una contaminazione spontanea da parte dei microrganismi presenti nelle materie prime e nell'ambiente, il cui sviluppo creava una flora batterica. Tale massa acida, chiamata "lievito", contribuiva, e contribuisce tutt'ora per chi continua ad utilizzare questo antico sistema, a “sollevare” la pasta acida in fermentazione tramite la produzione di gas. 
Quando i volontari preparavano il "lievito madre" - racconta l'opera della Tinti - is obrèris "sparavano", e la gente, sentendo tali riverberi, affermava che "fianta preparèndi su frumèntu po su Sàntu". 
Un altro giorno, invece, era dedicato alla predisposizione dei pani. Quando i componenti del comitato organizzatore andavano a prepararli "cumbidànta" (offrivano da bere o da mangiare) a chi decideva di collaborare. 
Fatte le forme di pane, queste venivano posizionate in grandi cesti di giunco (pòlinis) e in cesti più piccoli (canistèddus) colmi di paglia, poi coperti con dei panni. Le forme di pasta rimanevano in questo modo otto giorni lievitando a riposo (axedèndi). 
Passati otto giorni, arrivava il tempo della cottura. In tale giornata i volontari del comitato andavano ad aiutare le donne dedite alla preparazione dei pani. I ragazzi portavano un intero carro di legna, perchè era molto il pan'e saba da cuocere e serviva un fuoco continuo. Di giorno i pani venivano cotti e di notte "pintausu", ornati utilizzando il sistema della sapa calda spennellata sulle forme sopra le quali era poi posizionata "sa tragèra" (palline di zucchero colorate ornamentali). 
Il giorno della festa i cesti di pan'e saba venivano portati in Chiesa, insieme a rami d'alloro e accompagnati dal suono delle launèddas. I pani venivano poi benedetti dal Parroco e posizionati vicino alla Statua del Santo, in prossimità delle candele. 
Recenti testimonianze specificano che tali pani avevano una forma a "corona": quattro forme inserite sui manici della portantina del Santo portato in processione a spalla per tutto il paese. È molto interessante notare che un'usanza così peculiare e antica la ritroviamo anche nel resoconto di Valery, quando visitò Quartu nella prima metà dell’Ottocento per la festa di Sant'Elena. Lo scrittore francese descrisse la presenza “ai quattro angoli del piedistallo” della statua della santa, di “otto enormi pani fatti con il vino cotto e il miele, cosparsi artisticamente di guarnizioni dolci, una specie di grosso panforte". 
Al rientro dalla processione i pani più grandi venivano portati in sacrestia, dove i volontari li tagliavano a pezzi e li preparavano per la fase finale del rito. Finita la messa, infatti, tali pezzi erano donati ai fedeli: "un pezzetto a tutti per la benedizione". Gli organizzatori del comitato si ponevano nel portone della Chiesa con i cesti di pan'e saba che veniva offerto a tutti i partecipanti. 
Le memorie storiche intervistate per questo articolo spiegano che tale porzione benedetta di pan'e e saba era molto importante per le famiglie sarrocchesi che la portavano in casa e la dividevano in ulteriori pezzetti per diffondere la benedizione del Santo tra tutti i componenti del nucleo familiare. Ognuno, previo segno della Croce, doveva mangiare il proprio pezzetto. 
Queste feste erano appuntamenti molto sentiti in cui si respirava un autentico sentimento comunitario. Erano in tanti coloro che collaboravano per procurare la legna che, molto probabilmente, derivava dalle colline limitrofe, e il cui taglio non era certamente soggetto ai vari limiti di oggigiorno. Stessa cosa per la questua: sappiamo che is obrèris si auto tassavano per l'organizzazione dell'evento, ma contemporaneamente chiedevano aiuto anche al resto della comunità in cui, chi poteva, contribuiva con un offerta. Processione del Santo e rituali popolari si ripetevano in modo simile anche per San Sebastiano il 20 di Gennaio. Col passare dei decenni entrambe le feste si erano così fuse e confuse in un unico doppio appuntamento popolare di fede e comunità. 
È interessante evidenziare il ruolo di assoluto protagonista che svolgeva il pane di sapa in entrambi gli eventi (in altri paesi della Sardegna abbiano invece il pane bianco, sempre benedetto e distribuito a fine cerimonia): una caratteristica distintiva ma non esclusiva di Sarroch. Infatti, tale tipicità culinaria era presente in modo simile per questo evento anche in altre realtà sarde come Fonni, Laconi, Bono e, in particolare, Mandas e Serri, dove l'intera festa, dal fuoco della vigilia alla distribuzione dei pezzetti di pan'e saba, ricalca completamente l'antica tradizione sarrocchese.

LE MASCHERE, IL FUOCO E I MITI POPOLARI SU SANT'ANTONIO IN SARDEGNA. Nella cultura popolare sarda, il 17 Gennaio, oltre a corrispondere alla celebrazione di Sant’Antonio abate, segna anche l'inizio del carnevale sardo, con la prima uscita delle antiche maschere tradizionali. Su carrasecare deriva infatti dai millenari riti pre cristiani che richiamano alle calende di gennaio, festeggiamenti che si tenevano in onore di Saturno tra i romani e, secondo la teoria di Dolores Turchi, in onore di Dionisio in Sardegna. Un culto, quest'ultimo, legato alla terra e incentrato sul ciclo di morte e rinascita della natura. 
Lo stesso rito del grande fuoco trova le proprie radici in un culto precedente legato ad una invocazione di rinascita della terra dopo le fasi più fredde dell'inverno: un fuoco liberatorio e propiziatorio che si riteneva potesse allontanare gli influssi maligni rappresentati dalle negatività dell'inverno e sancire l'avvicinarsi della fase di esplosione di vita della natura. Il fuoco era, infatti, un elemento "purificatore", simbolicamente interpretato come un mezzo per scacciare le impurità, le malattie e il contagio. La presenza de "su fogadoni" nella Festa di Sant'Antonio e San Sebastiano, così come quella di più "fogadonis" durante la festa di San Giovanni a fine Giugno, sono quindi un retaggio di una religione arcaica, legata alla terra e alla natura, nella quale un elemento primordiale come il fuoco aveva un ruolo di primaria importanza. L'incontro tra il fuoco e le figure dei santi diventa in questo modo un genuino elemento di sincretismo nel quale l’accensione del fuoco indicava quel momento di preghiera, di riflessione e di intercessione al Santo per chiedere la grazia di un raccolto abbondante e di un gregge sano e prospero.
Diversamente dai fuochi di San Giovanni durante il solstizio d'estate, "su fogadoni" di Sant'Antonio è meno legato ai riti del comparatico. Sembrerebbe, tuttavia, che nel nuorese esistessero ancora fino a qualche decennio fa "is goppais de Santu Antoni o de su fogu": ci si prendeva per mano e dopo essersi “intintu” a vicenda il viso di nero col carbone del fuoco, si compivano tre giri in senso orario intorno al fuoco e si diventata compari o comari. Da notare, che gli stessi tre giri intorno al fuoco in passato erano previsti anche per gli animali durante la benedizione. 
Come evidenzia Carlo Pillai nell’opera “Il tempo dei Santi”, la figura di Sant' Antonio abate, fin dalle epoche più remote, ha quindi esercitato un particolare fascino presso i ceti più popolari della Sardegna, facendo nascere sul suo conto nel corso dei secoli numerose leggende. La più popolare delle quali è, senza dubbio, quella che gli attribuisce, proprio come il più antico Prometeo, il merito di aver portato il fuoco agli uomini.
Lo studio di Pillai ha il merito di scavare affondo nelle radice di questa mitologia, spiegando che tra i primi che trascrissero la leggenda del Santo ci fu Filippo Valla, che ne parlò in due occasioni in due diversi articoli nel 1894. Nel primo racconto Antonio discese negli inferi "con la scusa di riscaldarsi", per poi “rubare” il fuoco tramite il proprio bastone di ferula, mentre nella seconda versione (ripresa anni dopo poi anche da Bottiglioni), riferendosi specificamente a un racconto popolare raccolto a Ozieri, il santo va all'inferno non solo per riscaldarsi, ma anche "per vedere la condizione dei dannati” e infine tornarsene via col bastone bruciacchiato contenente il prezioso fuoco. 
Lo stesso Pillai espone una delle tanti versioni della leggenda, nello specifico una variante campidanese popolare a Quartu, nella quale Antonio deve rimediare ad un patto col diavolo redatto dalla madre in cui era stata venduta al diavolo l'anima del piccolo Antonio. La stranezza di questa versione è che, contrariamente all'iconografia del Santo, il piccolo animale che svolge un ruolo fondamentale nella storia è un cagnolino.
Nella maggior parte delle versioni, infatti, la tradizione propone nel ruolo di aiutante il maialino, ben presente in tante statue di Sant'Antonio, compresa quella sarrocchese.
La studiosa Simonetta Delussu, recentemente, sulle pagine di Sardegna in Blog, ha raccontato brevemente tale famosissima leggenda scritta in passato anche da Grazia Deledda nella propria famosa opera sulle tradizioni popolari di Nuoro. 
Sant’Antoni andava con il suo porcellino verso le porte dell’inferno per chiedere un po’ di fuoco. Ma i diavoli guardandolo con ironia gli risposero di no, anzi uno di loro si mise proprio di traverso davanti all’apertura che conduceva agli inferi per non farlo passare. Il maialino però sgattaiolò via ed entrò passando attraverso le gambe del demone. E fu subito un gran trambusto, un gran chiasso, come di chi butta tutto per aria, i diavoli infatti lo rincorrevano da una parte all’altra, ma senza riuscire ad acchiapparlo. Al che il diavolo che stava alla porta si fece da parte e fece entrare il Santo per riprendersi il maialino. San Antonio appoggiò la punta del suo bastone di ferula sul fuoco, per riposare un poco e, fatto un fischio, richiamò l’animale che gli corse vicino. Quindi il Santo riprese il bastone e si allontanò. I diavoli non immaginavano certo che dentro il nucleo spugnoso della ferula si potesse nascondere della brace che a poco a poco continuava a bruciare, ma senza che se ne vedesse il fumo. Così con la sua astuzia il Santo rubò il fuoco all’inferno e lo regalò agli uomini.
Infine, impossibile non citare anche Dolores Turchi, tra le tante che hanno avuto il merito di trascrivere i miti legati a tale culto. Oltre al racconto di Sant'Antonio che regala il fuoco ai sardi, la studiosa di Oliena ha raccontato anche altre due leggende nelle quali il Santo è un bambino che riesce a salvarsi dal doversi concedere a Satana invocando Dio e una seconda in cui tenta invano di spegnere le fiamme dell'inferno.

SANT'ANTONIO E LA MEDICINA POPOLARE. Sono quindi tanti i miti, i detti e gli aneddoti legati alla figura di Sant'Antonio abate nella cultura popolare sarda, uno dei quali è senza dubbio l'accostamento tra il "fuoco di Sant'Antonio" e l'herpes zoster nella medicina popolare. Nel glossario tradizionale il "fuoco di Sant'Antonio", oltre ad essere il grande falò del 17 gennaio, è infatti anche il nome che viene dato a tale patologia molto comune.
Si tratta di una malattia infettiva dolorosa e fastidiosa causata dalla riattivazione dello stesso virus che causa la varicella, provocando sfoghi cutanei caratterizzati dalla comparsa di macchie rosse, che evolvono in vescicole o bolle.
In Sardegna, e anche a Sarroch, è sempre stato molto diffuso un "rimedio" tradizionale che prevedeva di far entrare in contatto l'area infiammata con alcune scintille provenienti da una pietra focaia all'interno di un particolare rito. Dolores Turchi nei suoi studi racconta che il guaritore in grado di poter eseguire tale cura doveva essere esclusivamente una persona che avesse ucciso in pubblico un uomo, il più piccolo o il più grande di sette fratelli oppure un pastore con le proprie bestie marchiate tutte allo stesso modo. 
Merita di essere citata sull'argomento anche l'imponente opera "Medicina popolare in Sardegna" di Nando Cossu. Secondo alcune testimonianze di informatori dell'oristanese per curare la malattia del "fuoco di Sant'Antonio" le persone vicine al malato dovevano organizzare all'insaputa dello stesso, in un massimo di tredici elemosine, una questua per raccogliere la somma necessaria a far celebrare una messa in onore di Sant'Antonio Abate, stando attenti ad utilizzare solo monete di scarso valore e con la precisa raccomandazione che ogni persona non poteva offrire più di una moneta. La raccolta doveva essere fatta da sette persone di nome Antonio, o da tredici di nome Maria. 
Nella zona di Sarroch non si distinguono più particolarità simili, ma anche in paese i "guaritori" erano comunque dei pastori ai quali era stato tramandato l'antichissimo insegnamento. Del resto a Sarroch la medicina popolare, sopratutto la cosiddetta mexina de s'ogu, ha sempre riscosso un discreto numero di seguaci e tutt'oggi esistono  sia operatori che "pazienti" di suddetti rimedi.

CONCLUSIONI. Questo studio, cosi come gli altri lavori pubblicati su VISIT SARROCH su storia e tradizioni del paese, riporta alla luce una parte importante delle radici antiche e popolari della comunità. Sarroch, negli ultimi decenni, con l'innesto dell'industria, ha voltato le spalle in modo troppo traumatico al proprio passato, ma da esso ancora oggi può attingere per riscoprire le proprie origini e forte di questo bagaglio di identità affrontare con orgoglio le sfide del presente, rinsaldare il sentimento di appartenenza al territorio e ravvivare lo spirito di comunità. 


FONTI BIBLIOGRAFICHE:
- Carlo Pillai, "Il Tempo dei Santi", AM&D Edizioni, Cagliari, 1994.
- Gino Bottiglioni, "Leggende e tradizioni di Sardegna", Ginevra, 1922.
- Valery, "Viaggio in Sardegna", ILISSO, 2003.
- Teresa Tinti, "Dall'Antigori alla Saras: immagini di Sarroch", Castello, 1985.
- Dolores Turchi, "Le tradizioni popolari della Sardegna. Credenze popolari, scaramanzie e devozione religiosa: l'affresco unico di un'isola magica dalle origini ai giorni nostri", Newton Compton, 2016.
- Dolores Turchi, "Leggende e racconti popolari della Sardegna", Newton Compton, 2017.
- Grazia Deledda, "Tradizioni popolari di Nuoro", Ilisso, 1893.
- Nando Cossu, "Medicina popolare in Sardegna. Dinamiche, operatori, pratiche empiriche e terapie magiche", Carlo Delfino Editore, 1996.

FONTI ORALI: 
- Interviste a Giglio Massa (1921), Ireneo Meloni (1929), Efisio Pinna (1929), Antonio Tolu (1930), Vitalia Mallus (1931), Francesco Tiddia (1931), Mariangela Caboni (1938), Suor Paola Mallus (1940), Paolo Tolu (1947). 

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