I riti della notte di "Santu Juanni" nella tradizione sarda e sarrocchese

In lingua sarda il mese di Giugno è chiamato "Làmpadas", in riferimento alle luci accese in occasione della Festa di "Santu Juanni", evoluzione cristiana dei più antichi ed ancestrali riti, come quello dei "goppais de froris", legati al solstizio d'estate.

E' proprio dalle luci de "is lampàdas" che partiremo in questo viaggio tra le più antiche tradizioni dell'isola, raccontando come i nostri padri e i nostri nonni vivevano una ricorrenza che traeva le proprie origini da culti millenari.
A Sarroch, così come in gran parte della Sardegna, la festa di San Giovanni Battista ha sempre costituito uno degli elementi più interessanti e misteriosi della tradizione. Era un evento speciale, nel quale erano presenti tanti rituali che andremo a raccontare nel corso di questo articolo, tra i quali il comparatico di Santu Juanni attraverso il quale si diventava "goppais de froris".
Dal punto di vista astronomico il solstizio d'estate - dal latino sol (sole) e sistere (fermarsi) - è l'evento astronomico che da l'avvio all'estate, ed è la giornata più lunga dell'anno come numero di ore di luce. Il solstizio d'estate è il momento in cui il sole raggiunge il punto di declinazione massima, mentre il solstizio d'inverno è il momento in cui il sole raggiunge il punto di declinazione minima. Durante il solstizio d'estate il sole arriva quindi allo zenit: in altre parole il punto più alto rispetto all'orizzonte nel proprio percorso annuale.
Per queste particolari ragioni il solstizio, fin dalla notte dei tempi, ha sempre suscitato fascino tra le genti di tutte le culture, generando rituali che si sono tramandati fino ad oggi.
Detto questo, in cosa consisteva il rito di San Giovanni in una data astronomica così importante? Quali radici antropologiche si portava dietro? Quali le particolarità nella versione sarrocchese?
Cercheremo di dare delle risposte in questa breve ricerca.

IL RITO. Il rito del comparatico avveniva alla fine di Giugno, precisamente la sera del 23 Giugno, quando all'imbrunire s’iniziavano ad accendere dei particolari falò. L'elemento principale di tale tradizione consisteva nel "salto del fuoco" da compiere in coppia con la persona prescelta che sarebbe così diventata "compare" (Goppai in lingua sarda). In quel giorno si consacrava un'amicizia speciale, un vincolo che comportava diversi obblighi tra le due parti.
Il riferimento ai fiori (de froris), deriva invece dalla particolare usanza, tutta femminile, di siglare il comparatico attraverso il dono de "su nenniri", che doveva essere restituito dalla comare prescelta con dei fiori sopra in segno di accettazione.
Nei grandi classici che direttamente o indirettamente trattano le tradizioni sarde, troviamo dei richiami al comparatico di San Giovanni nelle opere di Grazia Deledda e Alberto La Marmora.
Il Premio Nobel per la Letteratura Grazia Deledda chiarisce in modo inequivocabile il valore di tale legame nel romanzo "Marianna Sirca". Nel racconto Simone e Costantino sono compari di San Giovanni e, al presentarsi di un momento di difficoltà nel proprio rapporto, Costantino si rivolge in questo modo a Simone:

"Ricordati che ci siamo giurati fede la notte di San Giovanni; e il compare di San Giovanni, quale io sono per te e tu per me, è più che la sposa, più che l'amante, più che il fratello, più ancora del figlio. Non c'è che il padre e la madre a superarlo."


Il vincolo che univa i compari era quindi più forte perfino del legame tra marito e moglie o tra fratelli. Un patto che segnava la vita delle persone che lo stringevano.
Alberto La Marmora nel suo "Viaggio in Sardegna" descrive una cerimonia di comparatico che si svolgeva a Ozieri, in Barbagia. La versione ozierese riportata dal generale, naturalista, cartografo e politico piemontese, si discosta da quanto fin qui raccontato, perché presenta dettagli ancora più atavici e legati alla terra, oltre che raffigurare un legame anche tra due persone di genere differente che la studiosa di antropologia Dolores Turchi farà derivare direttamente dal "matrimonio pagano".
Ecco una breve sintesi:

Due mesi prima della festa di San Giovanni, due persone di diverso sesso si scelgono. A fine maggio la donna trasforma una corteccia di sughero in un vaso, ci inserisce della terra e vi semina del grano. Dopo venti giorni il grano è cresciuto e viene chiamato erme o nènniri. Il giorno della festa di San Giovanni i due compari, insieme con un seguito di varie persone, si dirigono verso la chiesa dove uno dei due lancia il vaso contro la porta. In seguito, con l'erbetta dei germogli di grano viene fatta una frittata e successivamente, stretti per mano, entrambi ripetono: "Compare e comare di san Giovanni". La serata finisce con i tipici balli sardi per molte ore.

La Marmora racconta anche il Comparatico tra amici dello stesso sesso che intendono diventare compari e comari di San Giovanni. Il rito consisteva nel porsi uno di fronte all'altro in mezzo al fuoco e nel tenere con la mano destra le estremità di un bastone che, venendo spinto più volte avanti e indietro, fa passare le mani sopra il fuoco. Tale rituale trasformava i due amici in compari.
Nel campidano, viceversa, non vi è traccia del bastone, ma del salto nel fuoco per gli uomini e dell'acqua profumata con essenze e fiori (quindi un altro richiamo ai "froris") per le donne. Quest'ultime la sera prima erano solite raccogliere i fiori profumati e le erbe aromatiche e le immergevano nell'acqua per tutta la notte. La mattina successiva si sciacquavano il volto con quest'acqua aromatizzata per suggellare lo speciale vincolo.
Un evoluzione di questi riti la troviamo perfino a Cagliari tra gli anni cinquanta e sessanta. In questo caso il comparatico avveniva, anche tra bambini di diverso genere, tramite un fazzolettino è un mazzetto di "fiori di San Giovanni". Dopo esserseli scambiati, ognuno faceva un nodo negli angoli del fazzoletto. Successivamente venivano scambiati di nuovo e dopo aver sciolto i nodi si diveniva compari. 
In tutte le aree dell'isola i due uomini o donne che stringevano il comparatico d'amicizia si rivolgevano tra loro come "goppai" o "gommai", proprio come per il legame di battesimo o cresima. Nel momento in cui l’amicizia fosse venuta meno, per definire tale rottura, si sarebbe invece detto che i due “anti segau su Santu Juanni".

L'ORIGINE. Le radici di queste tradizioni arrivano da molto lontano e hanno le proprie origini nei riti precristiani collegati al solstizio d’estate, dal 21 giugno, giorno del Solstizio, fino alla notte del 23 giugno. In numerose culture in tutto il mondo la notte del solstizio rappresenta, infatti, una notte magica e occasione di feste.
La Chiesa ha fatto propria questa importante data, inserendovi una casella fondamentale della dottrina cristiana: la nascita di San Giovanni Battista il 24 giugno. Un evento molto importante anche dal punto di vista dottrinale, giacché Giovanni Battista è l’unico Santo, insieme con Maria Madre di Gesù, di cui si celebra il giorno della nascita, oltre a quello della morte.
Non è quindi un caso che la data della natività di San Giovanni coincida con gli antichi rituali del solstizio, giorni considerati sacri fin dai primordi della civiltà. Ciò che noi ci ritroviamo a commentare e ad analizzare della tradizione sarda è pertanto la risultante di numerose e millenarie stratificazioni che hanno unito insieme componenti di tradizioni diverse.
La Marmora osserva che "su nènniri" ricorda i "giardini di Adone", una festa legata al solstizio d'estate nella quale il vaso con il grano si gettava a fine cerimonia. Lo studioso ricorda che anche gli ateniesi preparavano un vaso di germogli di grano per la festa di Hermes Aethonius, concludendo che a suo parere i riti della festa di San Giovanni hanno radici fenicio puniche, derivanti dal culto di Adone che insieme a quello greco di Hermes si svolgevano proprio durante il solstizio d'estate. Un'ipotesi fatta propria anche da altri studiosi che fanno derivare "is fogadonis" dal culto riservato alla dea Thanit.



PARTICOLARITA' DEL RITO A SARROCH. Fino alla metà degli anni sessanta anche a Sarroch prendevano luogo i cosiddetti fogadonis, attorno ai quali bambini, giovani, ma anche i più anziani, con grande gioia, inconsciamente mettevano in scena riti ancestrali depositari di un bagaglio antropologico millenario.
I ricordi rimasti vivi nella comunità raccontano di una festa molto partecipata e sopratutto allegra: un appuntamento di spensieratezza e buon auspicio nella tipica atmosfera del comparatico.
Tutti coloro che sono stati intervistati ricordano bene che negli anni cinquanta e sessanta dopo la processione dedicata al Corpus Domini - che si celebrava a Giugno il giovedì o la domenica successiva alla solennità della Santissima Trinità, le frasche di mirto, lentischio, menta, elicriso, ed altre piante aromatiche distese lungo il cammino de "Sa Ramadura", venivano messe da parte e poi riutilizzate nel giorno di San Giovanni per accendere dei fuochi.
Alcuni informatori più anziani, in grado di trasmettere preziose memorie che ci portano indietro fino agli anni quaranta, ricordano che nei fuochi veniva bruciato anche il fieno della mietitura dell'anno in corso, in aggiunta a quello che si era conservato in casa, e si andava perfino per i campi a recuperare quello rimasto. Il falò così preparato durava molto tempo ed era alimentato anche dalle frasche della ramadura, non solo del Corpus Domini, ma anche della processione di Sant'Efisio dei primi di maggio appositamente messe da parte.
Tali falò non erano grandi come "su fogadoni de Santu Antoni" di metà Gennaio, ma numerosi e distribuiti in più punti del centro abitato, uno per ogni "rione", spesso anche più di uno per rione.
Le memorie storiche narrano che ogni zona del paese aveva il proprio fuoco. Certamente veniva preparato un fogadoni nello storico Rione di Tonara, così come nel rivale di Sriboneddu tra Via Trento (ex Via Montegravellus) e Via Sassari (ex Via Barona). Un falò era acceso nella piazza accanto alla storica "funtana" in Via Trieste (ex Via Caserma) e si conservano dei ricordi anche per Via Azuni (ex Via Massidda) e Via Matteotti (anni cinquanta e sessanta).
Questi spettacolari fuochi si accendevano all'imbrunire, quando arrivava la sera. Ed era in questo preciso momento che la festa giungeva al proprio culmine con il particolare rito del salto nel fuoco. Ci si afferrava per mano, in fila e in modo ordinato, e si saltava insieme tra le fiamme, sancendo un'unione importante, che avrebbe legato le due persone come "goppai".
Gli informatori più anziani narrano che tale rito aveva anche una funzione che, antropologi ed esperti di tradizioni antiche, definirebbero come "apotropaica". Tale aggettivo viene solitamente attribuito a un atto, oggetto o persona funzionali ad allontanare o annullare il malocchio o un influsso maligno. Alcuni anziani ricordano infatti che "si saltava per eliminare dalla persona le cose brutte che si erano accumulate". Una testimonianza di grande importanza che ricollega il gesto alla propria ancestrale origine di purificazione.
Di estrema importanza sono anche alcune testimonianze indirette che ci consentono di approfondire le caratteristiche del legame del comparatico a partire dagli anni venti e trenta del 900. In quell'epoca anche a Sarroch erano vivi alcuni elementi del rito che in altri centri della Sardegna sono sopravvissuti più a lungo. Ad esempio erano presenti certi vincoli che comportavano diversi obblighi tra le due parti, come l'uso di fare un cenno di saluto e togliersi il cappello ogni qual volta capitava di passare accanto all'abitazione del compare o della comare, oppure, il darsi del "Lei", sempre tra compari e comari. Tali ricordi, tramandati di padre in figlio, raccontano anche di un salto nel fuoco che avveniva con delle modalità molto particolari. I due futuri compari saltavano presi per i mignoli recitando una preghiera-filastrocca tipica di Sarroch conservatasi fino ad oggi:


Goppais seus, fillus de Deus,
Fillus de Santu Juanni,
Fillus de Santa Justa.
Candu coyada goppai?
In s'edadi justa!
Deus bollad' goppai!

Arrivando agli ultimi anni in cui era ancora praticato tale rituale, inizia ad emergere un venir meno dell'elemento più autentico del comparatico e della funzione di purificazione. Diventare compari significava, infatti, non una semplice amicizia, ma un vincolo di reciprocità su cui poter contare nei momenti di bisogno. Un elemento che si perse con il passare del tempo, quando si saltava più per gioco e divertimento, piuttosto che per sancire un sodalizio o scacciare "is cosas leggias".
Per quanto concerne il restante corollario di riti e credenze legate alla festa di San Giovanni delle quali rimane traccia, resta soltanto un altro particolare "sarrocchese" da raccontare. Nell'opera di Teresa Tinti "Dall'Antigori alla Saras: immagini di Sarroch", si dedicano poche ma preziose righe sull'argomento:

"Po Santu Juanni una bagadia chi oliada sciri su nomini 'e su sposu, pigada unu gravellu e du ghettada in s'arruga. Su primu chi passada e ndi du boddiada, issa castiada chini fiada e aicci scieda su nomini".


In passato, durante la notte di San Giovanni, le ragazze sarrocchesi si rivolgevano quindi in questo modo al santo per capire qualcosa in più su chi sarebbe stato il proprio fidanzato. Le credenze sui poteri divinatori della ricorrenza di San Giovanni nel solstizio d'estate si conservavano così anche a Sarroch, almeno fino ai primi decenni del 900.


IL RITO NELLA VICINA QUARTU SANT'ELENA. Risulta interessante, al fine di indagare su tutti gli aspetti legati a questa festa, approfondire anche quanto accadeva a qualche decina di chilometri di distanza a Quartu Sant'Elena, comunità che condivideva anche altre usanze con Sarroch, come il rito de Su Pan'e Saba per la festa di Sant'Antonio a Gennaio da noi approfondito in un precedente articolo.
A Quartu, per San Giovanni, si faceva sfilare "sa tracca" che trasportava dal paese al vicino rione di Sant'Andrea le ragazze con su gattò, il dolce tipico a base di mandorle e zucchero. Nella piazza accanto alla Chiesa di Sant'Andrea si compiva poi l'accensione del fuoco, elemento cardine dell'intera festa. 
Interessante è evidenziare che anche le donne quartesi, fino a pochi anni prima dell'inizio della seconda guerra mondiale, per invitare un'amica al comparatico, preparavano "su nenniri" da inviare all'amica prescelta. Quest'ultima, appena ricevuto il dono, doveva affrettarsi a restituirlo ponendovi sopra un fiore, solitamente un garofano, come segno di accettazione. Da quel momento le due amiche si consideravano comari "de froris", per via dello scambio dei fiori, e come elemento distintivo del legame affettivo installato, dovevano rivolgersi reciprocamente dandosi del lei e tale amicizia doveva essere potenziata in tutte le occasioni possibile all'interno della vita di comunità. Inoltre, se col tempo le vicissitudini della vita lo avessero consentito, il legame affettivo poteva essere completato con il battesimo o la cresima di uno o più dei loro figli. Ciò proiettava il vincolo del comparatico nella sua accezione più alta e significativa.

LO STUDIO DI DOLORES TURCHI. Nella propria ricerca sulle tradizioni popolari della Sardegna anche la celebre esperta di antropologia Dolores Turchi ha trattato ampiamente il comparatico di San Giovanni. 
La scrittrice di Oliena ha basato il proprio racconto su interviste compiute negli anni settanta a persone molto anziane, riuscendo così a consegnarci una panoramica dettagliata di quanto accadeva tra fine ottocento e primi del Novecento.
La Turchi inizia raccontando un'usanza consolidata, da parte dei parroci di allora, che prevedeva, alla vigilia della festa del santo, di benedire un calderone d'acqua dal quale ogni famiglia ne attingeva successivamente una parte. Tale acqua sarebbe servita poi durante l'anno per lenire alcune malattie. Subito dopo le donne assistevano al Vespro e poi uscivano da chiesa facendo per tre volte il giro dell'edificio in silenzio.
A Gavoi invece la festa era così sentita che si faceva la processione, la gara poetica e anche i balli sardi fino a notte tarda. 
Molto interessante è la tradizione dei pellegrinaggi al fiume. In alcune aree della Sardegna, le processioni si facevano cantando e ballando dalla chiesa al corso d'acqua più vicino al paese, dentro il quale si compivano le abluzioni e si gettava grano, formaggio o latte in acqua per invocare abbondanza. Al rientro si portavano a casa brocche d'acqua che si riteneva avrebbero avuto poteri curativi.
Tra le testimonianze raccontate nell'opera è da notare anche l'usanza, tipica della notte di San Giovanni, da parte delle madri di far attingere ai propri bimbi, per l'occasione completamente nudi, dell'acqua dal pozzo per poi versarla su un'altra tazza recitando una particolare formula che invocava guarigione per tutte le parti del corpo.
Uno dei riti più interessanti era, tuttavia, quello della "pratica dell'acqua muta". Donne, ragazzi, ragazze e bambini si recavano al fiume, anche in questo caso si sciacquavano e facevano particolari abluzioni, per poi rientrare in silenzio nelle proprie case con dell'acqua in bocca che veniva poi sputata nel fuoco. Dopo tale pratica si esprimeva un desiderio e si recitava una particolare orazione a "s'abba muda".
Dopo aver riportato le testimonianze sugli antichi riti, Dolores Turchi espone successivamente la propria teoria secondo cui il comparatico di San Giovanni discenderebbe dall'antico matrimonio pagano tra uomo e donna. Il rituale amicale del comparatico sarebbe quindi un evoluzione più recente frutto di una banalizzazione dell'antica unione precristiana tra marito e moglie. Una teoria che troverebbe dei ricostri anche nelle succitate testimonianze di Alberto La Marmora. Come prova di tale intuizione, la Turchi riporta un'orazione tipica del comparatico di San Giovanni che, effettivamente, lascia aperto qualche dubbio sulle più ataviche origini del rito.
Comare e compare su pane 'e isposare, su pane 'e allegria. Dae custa comaria de mai a s'isconzare, comare e compare. Si no ch'isconzamos dae custa comaria, non che achene sas lavras nieddas comente sa cuculia.

LO STUDIO DI NANDO COSSU SULLA MEDICINA POPOLARE. Come analizzato anche dalla Turchi, la notte del solstizio era considerata magica anche da un punto di vista curativo, perchè era credenza diffusa che molte patologie potevano guarire, magari tramite alcune particolari erbe che solo in quella notte acquisivano poteri curativi.
Nella propria fondamentale opera di studio sulla medicina tradizionale in Sardegna, il Prof.Nando Cossu trova dei riferimenti alla notte di San Giovanni nelle testimonianze di alcune informatrici dell'oristanese. La notte del 23 giugno, vigilia di San Giovanni Battista, le donne mettevano all'aperto in cortile una bagnarola piena d'acqua con l'aggiunta di fiori ed erbe profumate. La mattina successiva avrebbero dovuto lavarsi la testa e fare il bagno con quell'acqua: tale azione le avrebbe immunizzate dalla rogna per un intero anno. 
Nell'opera del Cossu è molto interessante anche il riferimento allo studio del Prof.Pietro Meloni Satta del 1867 "Sulle malattie che dominarono a Mamoiada" nel quale si racconta l'abuso della pratica del salasso in Sardegna, in particolar modo durante la notte di San Giovanni il 24 giugno.
Per il particolare interesse dei contenuti ai fini di questa ricerca, pubblichiamo integralmente un frammento di tale opera che approfondisce la questione della pratica del salasso durante la notte di San Giovanni: 
"Più volte contro mia ritrosia è con non poco rincrescimento adivenni all'uso del salasso, non perché ve ne fosse l'indicazione, ma perché gli ammalati non davansi pace fino a tanto che non vedessero sgorgare sangue dalle loro vene, poiché abituati sempre ad essere in mani di flebotomi ignoranti, i quali nient'altro vedendo in ogni malore che pienezza di sangue, li dissanguavano con ripetuti e copiosissimi salassi; ed era tale e tanto il prestigio e la fiducia che nel maledetto salasso riponevano, che il giorno 24 giugno, giorno dedicato a San Giovanni Battista, si facevano quasi un obbligo di salassare tutti i loro addetti, sani fossero od ammalati, facendo scorrere un fiume di sangue, onde così preservarsi dalle malattie di stagione! Mi dicea un mio amico - in quel giorno i flebotomi del paese pareano tanti macellai con le mani di sangue intrise, non potendo accudire ad immolare le numerose vittime, sebbene tutte si schierasseero nel cortile dello stesso flebotomo - In quelli che a viva forza chiedeano il salasso, a cui io non aderiva, sel faceano praticare di nascosto; non dissimulo però che se alcuni ne risentirono buon effetto, molti pagarono a loro spese il fio della disobbedienza".

CONCLUSIONI. I riti e le credenze riportati in questa ricerca incontrarono la ferrea ostilità della Chiesa sarda. Da un documento del 1566 della diocesi di Ales Terralba si apprende che chi compiva il comparatico tramite i falò o con l’acqua profumata, rischiava addirittura l'esclusione dal sacramento del matrimonio, mentre il Concilio pastorale della curatoria di Sassari intimava che gli appellativi di comari e compari valevano soltanto per coloro che contraevano un legame spirituale tramite battesimo o cresima.
Oggi, dove non è arrivata la Chiesa con le proprie intimidazioni, è sopraggiunto il passaggio da un’economia legata alla terra e all'incertezza dei fenomeni naturali alla moderna economia industriale. Le pratiche, le credenze e i rituali tipici della notte di San Giovanni erano infatti legati indissolubilmente all'economia agropastorale dell'epoca, oltre che alla necessità di ritrovare un arcaico sollievo spirituale, finalizzato al rifuggire dalle paure e dalle insicurezze date dall'imprevedibilità degli elementi naturali, che in qualsiasi momento potevano distruggere i raccolti o far ammalare gli animali.
In alcune parti della Sardegna si riteneva che solo durante la notte di San Giovanni le mandorle potevano completare la propria maturazione e le lumache concludere il proprio ciclo di vita. Inoltre, sempre durante la notte del solstizio, i pastori e i contadini più esperti, osservando i comportamenti del bestiame e i movimenti del vento, riuscivano a compiere pronostici sull'annata alle porte.
La notte di San Giovanni, con tutti i propri millenari lasciti precristiani legati all'arcaica religione dei sardi, era quindi uno dei più importanti appuntamenti del calendario tradizionale che accompagnavano le comunità nel proprio trascorrere del tempo. Appuntamenti attorno ai quali si cementificava il più genuino legame di comunità.


FONTI
- Grazia Deledda, "Marianna Sirca", Fratelli Treves, 1915.
- Alberto della Marmora, "Viaggio in Sardegna", Archivio Fotografico Sardo, 1997.
- Teresa Tinti, "Dall'Antigori alla Saras: immagini di Sarroch", 1985, Castello.
- Dolores Turchi, "Le tradizioni popolari della Sardegna. Credenze popolari, scaramanzie e devozione religiosa: l'affresco unico di un'isola magica dalle origini ai giorni nostri", Newton Compton, 2016.
- Nando Cossu, "Medicina popolare in Sardegna. Dinamiche, operatori, pratiche empiriche e terapie magiche", Carlo Delfino Editore, 1996. 
- Cenzo Meloni, "Quartu Sant'Elena, 100 anni di storia", AM&D Edizioni, 1995.
- Testimonianze delle memorie storiche di Sarroch: Antonio Tolu (89 anni), Suor Paola Mallus (79 anni), Mariangela Caboni (81). Si ringraziano Sheila Franchi e Tiziana Pinna per avere intermediato con alcuni informatori;
- Testimonianze indirette: si ringrazia Erio Pinna per avere condiviso racconti e ricordi del padre Tziu Albertu (classe 1914).

Post popolari in questo blog

La storia della famiglia Siotto a Sarroch

La Villa d'Orri: storia e caratteristiche dell'unica villa reale in Sardegna

S'Antiga Buttega de Sarroccu

La leggenda di Genniauri

Is Animeddas & Su Mortu Mortu: la festa dei morti in Sardegna e ciò che resta della tradizione a Sarroch