Sarroch in ginocchio: l'incendio all'aia del 26 Luglio 1950

Nel Luglio del 1950 un grande rogo mandò in fumo i sacrifici dei contadini sarrocchesi. Il racconto di quella terribile pagina di storia locale arriva fino a noi grazie alla testimonianza dell'allora Sacerdote Don Giovanni Serra e di alcune memorie storiche del paese.
Is Argiolas, primi anni sessanta.

In lingua sarda "su mes'e Argiolas" (Luglio) è il tempo in cui, dopo la mietitura, i cereali maturi vengono lasciati riposare sotto il sole in attesa del processo di trebbiatura, che prevede le fasi di battitura della fascina di grano, della separazione della paglia dalla granella tramite la ventilazione e scuotitura e infine della concia e raccolta. "Is Argiolas" erano infatti le aie, i luoghi dove il raccolto essiccava sotto i raggi del sole.
A Sarroch l'area adibita a questa funzione - e che infatti era chiamata "Is Argiolas" - era sita nel punto in cui oggi sorge lo Stadio Comunale intitolato al sarrocchese calciatore del Cagliari Mario Tiddia. In questa piana i contadini del paese depositavano il raccolto. Questo poteva essere grano, altri cereali, ma anche leguminose come ceci, fagioli e naturalmente le immancabili fave, importanti sia per l'alimentazione e sia per l'allevamento del bestiame.
Quando i tempi erano maturi, già dagli anni venti del 900, una trebbiatrice meccanica interveniva per la separazione della granella dalla pula e dalla paglia. Quest'ultima, veniva poi conservata e riutilizzata per nutrire gli animali.
Un ruolo fondamentale in tale grande spazio adibito ad aia pubblica lo aveva "su castiadori": il guardiano armato di fucile con il compito di vigilare. Il raccolto non veniva, infatti, abbandonato a se stesso, ma controllato al fine di impedire furti e incendi.
Evidentemente però qualcosa non funzionò il 26 Luglio del 1950. Fu una data infausta. Probabilmente una delle tragedie locali più drammatiche del secolo: l'aia pubblica prese fuoco.
Il racconto dettagliato di quei momenti arriva fino a noi grazie a Don Giovanni Serra, all'epoca giovane sacerdote di Sarroch. Don Serra era originario di Sammassi, classe 1914. E' ricordato come un Parroco "letterato", che si laureò in Lettere e nel proseguo della sua vita divenne autore di saggi e ricerche sulla storia della Chiesa sarda. Fu Sacerdote di Sarroch dall'Ottobre 1944 al Gennaio 1952 e dovette affrontare anch'egli la drammaticità di ciò che accadde in quell'infuocata giornata di Luglio.
Don Serra, nel registro parrocchiale scrisse pagine toccanti che raccontano lo stato di disperazione nel quale cadde la comunità. Scrisse che "mai la popolazione ebbe prova più grande: tutto il suo raccolto ammassato nelle aie per la trebbiatura è in preda a un violento incendio". Fu un lutto generale dove "il popolo in lacrime si riversa in Chiesa a domandare pietà al Signore".
Il rogo si sviluppò nel pomeriggio. Un forte vento di maestrale impedì alla popolazione, subito accorsa ai rintocchi delle campane, d'intervenire per "salvare il salvabile", mentre troppo tardi arrivarono i vigili del fuoco. Insieme al raccolto prese fuoco anche la trebbiatrice trovatasi nel luogo. 
Gino Perra, nel 1950 lavoratore nell'orto degli Spano nelle vicinanze de "Is Argiolas", ricorda bene l'accaduto. Il fuoco si sviluppò dalla trebbiatrice che proveniva da un'azienda de La Maddalena a Capoterra e operava in tutti i paesi del circondario. Il motore di questa macchina necessitava di essere scaldato con il fuoco di un cannello collegato ad una bombola a gas. Qualcosa andò storto e le fiamme alimentate dal vento iniziarono la propria opera distruttiva. Gino Perra racconta che i carabinieri come solito andarono in giro per il paese rastrellando "volontari" che si adoperassero nelle operazioni di spegnimento e che furono in tanti coloro che comunque si avvicinarono all'area per fornire il proprio contributo. Ricorda inoltre che quando giunsero i pompieri, calcolarono male le distanze tra l'aia e il mare di Porto Foxi dal quale attingere l'acqua, non riuscendo pertanto ad intervenire in tempo utile. Furono prosciugati tutti e tre i pozzi siti nei terreni adiacenti al campo, ma soltanto quando arrivò un secondo mezzo dei pompieri con l'attrezzatura più adatta si riuscì a sconfiggere il fuoco. Ormai, però, era troppo tardi.
Marcello Tolu, all'epoca dodicenne, ricorda nitidamente, da Sa Ruxi, l'immagine di enormi fiamme che si sollevavano nel cielo. All'epoca la croce stazionaria di Sa Ruxi e la Scuola Luigi Siotto segnavano la fine dell'area abitata e il proseguo della strada fino a Foxi era sostanzialmente aperta campagna, pascolo e terreni coltivati. 
La situazione fu così drammatica - racconta l'allora alunna dell'asilo Agnese Cois - che le suore portarono i bimbi in Cappella dicendo loro che le aie comunali stavano andando in fumo e occorreva pregare Dio affinché alleviasse questa situazione tragica.
Dal rione di Tonara, i bambini più grandicelli che giocavano in strada furono i primi ad accorgersi del fumo che saliva dalle aie comunali. Efisio Pinna, Vitalia Mallus e Suor Paola Mallus raccontano che furono proprio i ragazzini ad avvertire gli adulti di quanto stava succedendo. Prima ancora che le campane iniziassero a suonare per mobilitare la popolazione, "uomini e donne scesero di corsa dal rione con "cracidas" e "bagnieras" diretti a "is argiolas". Quello che, all'arrivo, si presentò davanti ai loro occhi fu qualcosa di terribile. Per tentare di salvare il poco rimasto, si divisero i compiti. "C'era chi spegneva e chi, disperatamente tra lacrime e affanni, cercava di salvare quel poco che non era ancora andato in fumo. Purtroppo non si poté fare molto e i pompieri arrivarono troppo tardi".
Il disastro fu immediatamente comunicato da Don Serra al Santo Padre e al Capo dello Stato per ottenere "sussidi provvidenziali". Per quanto riguardava le responsabilità dell'accaduto, nel libro parrocchiale fu scritto che le indagini erano in corso: "chi dice sia derivato da scintille sprigionatesi dalla trebbia, chi da elementi sovversivi".
La parte conclusiva del racconto è un colpo al cuore. "È dura vedersi tolto il frutto di un anno intero di lavoro e doversi disporre ad un anno di miseria e di fame. Dio abbia pietà di noi".
La raccolta era naturalmente il momento più delicato nel fragile equilibrio dell'economia familiare dell'epoca. Negli anni cinquanta il denaro aveva ormai sostituito le principali forme di baratto, ma fino a qualche anno prima il grano fungeva quasi come una moneta e i "giornalieri" che lavoravano nei campi erano pagati in grano. Con il grano, inoltre, si poteva fare il pane in casa: elemento essenziale della dieta.  Antonio Tolu racconta che ancora nel 1950 la situazione economica era così difficile che alcuni sarrocchesi dovevano aspettare a "s'arregorta de su trigu" per saldare i vari debiti contratti nei mesi precedenti nelle botteghe e tra gli artigiani del paese. Da tutti questi elementi, possiamo solo immaginare l'entità della tragedia che colpì le famiglie sarrocchesi di allora.
Un elemento che probabilmente aiutò il paese a rialzarsi fu che oltre alle grandi aie comunali de "Is Argiolas", erano presenti in paese almeno altre due aree di raccolta più piccole. Francesco Vacca racconta che all'età di 11 anni, durante l'incendio, insieme ad altri bambini, faceva da guardiano al grano e al pascolo nell' "argiola" in località Corriaxu, che sorgeva nei terreni vicini all'attuale svincolo stradale di fronte al Villaggio Moratti. Ricorda le donne correre dal paese per avvisare i propri mariti che si trovavano nei campi. Era evidente che fosse successo qualcosa di grave: "tutti accorsero verso il paese per dare una mano". Sottolinea che "la comunità si rialzò anche per la generosità di alcuni contadini che non furono colpiti dalla tragedia, tra cui suo zio Cineddu Vacca, che con generosità donò parte del proprio raccolto a chi aveva perso tutto". L'altra aia sarrocchese si trovava, invece, dopo quella comunale lungo l'antica Via del Porto (oggi Via al Mare) di fronte a dove attualmente si trova la Piazza Mercato. Era di proprietà della famiglia Demontis, ma in tanti vi ponevano il raccolto: la scelta dell'aia era determinata quasi esclusivamente dalla vicinanza o meno al luogo di raccolta.
L'evento terribile del Luglio 1950 segnò indelebilmente la memoria sarrocchese. Per questi motivi, come ricorda Gino Perra, tale anno fu considerato a Sarroch come un "anno maledetto", anziché come l'anno santo del Giubileo di Pio XII convocato dopo la miseria della II Guerra Mondiale. Per quanto riguarda invece gli aiuti e sussidi sollecitati dalle autorità locali, "non ve ne fu traccia".

FONTI
- Archivio della Parrocchia di Santa Vittoria V.M. di Sarroch. Si ringrazia Don Stefano Macis per aver consentito lo studio del registro parrocchiale dell'epoca.

FONTI ORALI
- Efisio Pinna (1929), Antonio Tolu (1930), Francesco Salonis (1930), Vitalia Mallus (1931), Gino Perra (1937), Francesco Vacca (1938), Marcello Tolu (1938), Suor Paola Mallus (1940), Agnese Cois (1944). Si ringrazia Tiziana Pinna per il consueto aiuto nel recuperare preziose testimonianze del passato e Giancarlo Vacca per aver raccolto le informazioni dal padre Francesco.

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